← Home
Caccia · Diritto · Proprietà · N° 3

La lepre di chi è? Sul diritto di proprietà della fauna selvatica

Una domanda scomoda che nessuno vuole fare — e una risposta che potrebbe accontentare tutti.

Riforma della legge sulla caccia: alcune specificazioni/1

In merito alla proposta di riforma della legge sulla caccia, vi sono alcuni nodi, strutturalmente molto importanti, che in apparenza potrebbero sembrare troppo avanzati (o azzardati per qualcuno). In realtà, analizzando la situazione attuale, si tratta far prevalere il pragmatismo sull’ideologia o sul proprio interesse personale o corporativo. La probabilità che un siffatto provvedimento non piaccia ai cacciatori né ai cittadini né ad alcuni ambientalisti è reale, ma forse è proprio questo un segnale che si tratti di un compromesso equo nella direzione della sostenibilità sociale ed ambientale.

Uno dei punti che potrebbero far storcere il naso è la suddivisione (a cura dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) delle specie omeoterme in lista A (a rischio, migratorie, di particolare interesse faunistico) che manterrebbero lo status di patrimonio indisponibile dello Stato, lista B (stanziali, non a rischio, di scarso interesse faunistico) che diventerebbero appannaggio del proprietario del fondo su cui si trovano, lista C (dannose, alloctone, invasive) senza protezione e quindi abbattibili liberamente con metodi non cruenti. In particolare può far discutere il passaggio di alcune specie della fauna stanziale non protetta (quelle inserite in lista B) da “patrimonio indisponibile dello Stato” a “proprietà del conduttore del fondo” al pari degli animali domestici e da allevamento. Si potrebbe obiettare che dunque la fauna selvatica (o meglio, una parte di essa) diventerebbe privata.

Vale la pena di analizzare la reale portata della cosa: attualmente tutta la fauna, dal fagiano all’aquila, è “patrimonio indisponibile dello Stato” il che significa che nessuno potrebbe disporne, in quanto di interesse pubblico. Il condizionale “potrebbe” però è d’obbligo dal momento che i cittadini in possesso di particolari requisiti (porto d’armi, formazione…) e dietro pagamento di una somma di denaro, possono ottenere il permesso di avere a disposizione una parte di quella fauna (licenza di caccia).

I cacciatori, a quel punto, possono disporre della loro “quota” di fauna abbattendola anche nei fondi privati (come da art. 842 del Codice Civile) indipendentemente dalla volontà di chi quei fondi li conduce o li abita. Di fatto, dunque, quella quota di fauna viene “acquistata” dai cacciatori ed è come se fosse una loro proprietà privata, cacciata però su terreno altrui.

A questo punto la domanda legittima è: perché quella lepre, o cinghiale, o colombaccio, che ha vissuto su un determinato fondo (e presumibilmente fatto danni alle coltivazioni) non può essere considerato come appartenente al fondo stesso, al pari degli alberi, della vegetazione spontanea e degli animali domestici, e viene invece offerto ad un soggetto terzo, dietro corresponsione di una somma di denaro allo Stato?

Chi gestisce un fondo è responsabile dell’ecosistema che si instaura (o non si instaura) su di esso: se vengono piantati e/o manutenuti boschetti, siepi, frammenti di naturalità gli animali vi si insediano, altrimenti no: perché dunque, il conduttore non dovrebbe in qualche modo averne un ritorno, come se si trattasse di una sorta di allevamento allo stato brado?

Il cambio di paradigma non sarebbe peggiorativo per la fauna: nel caso in cui il conduttore del fondo fosse interessato al prelievo della fauna stessa, semplicemente cambierebbe il soggetto autorizzato ad abbatterla: non più il cacciatore di turno, ma il conduttore del fondo. Il quale, sapendo di poter poi disporre di alcune specie, potrebbe essere più propenso a mantenere un ecosistema più ospitale, a tutto beneficio anche delle specie non cacciabili.

Infatti, val la pena di ripetere che la proposta di considerare alcune specie come “proprietà privata del conduttore del fondo”, vale solo per le specie inserite nella lista B, non per quelle di pregio, a rischio o migratorie (lista A), che rimarrebbero “patrimonio indisponibile dello Stato” e il compito di compilare ed aggiornare le liste spetterebbe all’ISPRA.

Per lo Stato si aprirebbe uno scenario nuovo: se una specie non è più parte del suo patrimonio indisponibile, lo Stato stesso non è più responsabile dei danni che quella specie procura. In pratica: per le specie in lista B (e solo per quelle) il proprietario del fondo oltre ad esserne proprietario ne sarebbe anche responsabile, accollandosi eventuali danni.

E negli altri Paesi come fanno? In Inghilterra ed in Irlanda per esempio vale il qualified property right (diritto di proprietà qualificato), noto come ratione soli. Questo diritto conferisce al proprietario la facoltà di cacciare, catturare o uccidere animali selvatici mentre si trovano sulla sua proprietà, per cui per andare a caccia è obbligatorio ottenere il permesso scritto del proprietario del terreno.

In Francia i selvatici sono res nullius, ossia non appartengono a nessuno, ma per poter cacciare occorre versare una quota alle associazioni dei proprietari come rimborso per i danni fatti dai selvatici, ed anche in Spagna la caccia è legata al diritto di proprietà

In Germania la fauna è, come in Italia, patrimonio indisponibile dello Stato, ma è possibile solo in riserve private a numero chiuso in cui i cacciatori pagano l’affitto ai proprietari dei fondi, ed anche in Belgio, Olanda e Lussemburgo l’esercizio della caccia è legato al possesso della proprietà terriera e può essere ceduto in affitto a finalità venatoria.

Insomma, solo in Italia lo Stato consente di violare liberamente la proprietà privata per l’esercizio venatorio e, se nelle parole appare come rigoroso nei principi e votato alla massima salvaguardia, nei fatti non riesce ad ottenere i risultati che si prefigge. Come ulteriore esempio, a fronte di tanto rigore teorico, in Italia il numero di specie cacciabili varia da Regione a Regione e si aggira fra le 50 e le 60, mentre in altri Paesi europei si va dalle circa 30 (per esempio in Spagna e Germania) alle 6 del Belgio e 4 del Lussemburgo.

È il caso di cambiare strumento legislativo, e di adottare un testo che guardi al futuro con una prospettiva di sostenibilità e innovazione.

Riforma della legge sulla caccia: alcune specificazioni/2

Un altro punto della proposta che potrebbe creare controversie è quello dell’applicazione di tracciamento che avverta con notifiche automatiche in caso di presenza di altri cacciatori, sconfinamento in aree non consentite, termine dell’orario di caccia, ecc.

Anche su questo punto la realtà è più avanti: sono già disponibili app per smartphone collegate a piattaforme dedicate all’attività venatoria, e sono già molti i cacciatori che se ne servono. Sarebbe sufficiente collegarle ad un sistema unico sotto il controllo dell’ISPRA e richiederne l’utilizzo con obbligatorietà sia di tracciamento dei cacciatori durante l’esercizio venatorio (per facilitare tanto i controlli quanto la ricerca in caso di incidente o smarrimento) sia di annotazione delle catture, monitorando così la consistenza dei prelievi in tempo reale.

L’effetto collaterale più importante di questa proposta potrebbe essere la riduzione drastica degli incidenti di caccia, a tutto beneficio di chi a vario titolo in campagna o in montagna ci vive, ci lavora o le frequenta.

Per quanto riguarda la coesistenza fra umani, animali domestici e selvatici, il modello fondato sulla sparizione dei grossi predatori (lupi e orsi) e sulla bassa presenza di ungulati è saltato a causa del cambio d’uso del territorio, dello spopolamento delle montagne e della riduzione dei margini economici delle attività di allevamento, che ha comportato un calo drastico del pascolamento. In queste condizioni, il sistema delle malghe e dei pascoli (dell’arco alpino e non solo) è destinato a fallire definitivamente.

Accanirsi in scontri ideologici fra sparatori oltranzisti e conservazionisti incalliti non porterà ad altro che perdere tempo e accentuare i problemi. Pensare di recintare tutte le aziende è altrettanto fuori dalla realtà, sia per la vastità degli interventi da realizzare, sia per la spesa (senza adeguato ritorno economico) non affrontabile né dagli allevatori né dagli Enti Locali.

Sì, perché animali domestici e selvatici non devono venire in contatto o, per lo meno, devono farlo il meno possibile. E non si tratta solo di evitare l’incontro coi predatori, ma anche e soprattutto con possibili vettori di parassiti e malattie (si pensi ai cinghiali, vettori di peste suina, o agli uccelli, vettori di influenza aviaria, o ancora ai caprioli, vettori di TBC): la condivisione di un pascolo è metodo di contagio potentissimo.

Un approccio pragmatico potrebbe essere quello di stabilire dei confini fra le aree destinate alla fauna selvatica e quelle alle attività umane, prevedendo adeguati risarcimenti e ristori a coloro che dopo il tracciamento ricadano all’interno delle aree dedicate alla fauna e si vedano costretti a limitare, modificare, trasferire o chiudere le proprie attività.

Una volta iniziato a ragionare sulla zonizzazione del territorio rispetto all’attitudine faunistica si potrà decidere a cosa destinarlo: un nuovo sistema di parchi regionali? Aree decise a livello sovracomunale o provinciale collegate da corridoi ecologici destinate alla fauna e tutto il resto alle attività umane? O al contrario aree determinate da dedicare alle attività umane e tutto il resto alla fauna selvatica?

Oppure un approccio totalmente diverso, che permetta la costruzione ex-novo di stalle nuove e più capienti, predisposte per il trattenimento notturno (con porte non permettano l’uscita delle bovine dopo la mungitura serale e prima di quella mattutina, periodo di massima attività dei predatori)? Certo, occorrerebbero investimenti ingenti, stalle a stabulazione libera, paddock circoscritti per manzette e manze, sistemi ed attrezzature per la distribuzione degli alimenti e il successivo spargimento dei reflui… E in questo modo si avrebbero sovrapascolamento ed eccessivo accumulo di reflui vicino alla stalla e sottosfruttamento dei pascoli più lontani (cosa che peraltro già avviene abbondantemente), con conseguenze a livello ambientale e paesaggistico, ma per lo meno la montagna rimarrebbe popolata.

La cartolina con i caprioli che pascolano assieme alle vacche e i lupi che guardano da lontano (e malinconicamente decidono di digiunare) è un’immagine buona per un film fantasy, non per descrivere una realtà possibile.

Tutte le vie sono aperte, ciò che è importante è ridurre le occasioni di incontro-scontro coi selvatici e, soprattutto, prevedere adeguati ristori per coloro che operano in quelle aree, invece di pretendere di scaricare su di essi il costo della conservazione della fauna.

Infine, le specie invasive: si tratta di animali alloctoni, importati in Italia e liberati (accidentalmente o intenzionalmente) in ambienti cui non appartengono, nei quali vanno ad occupare nicchie ecologiche e a danneggiare le colture, l’ambiente e le altre specie.

Ne sono esempi la nutria, il procione, lo scoiattolo grigio, i parrocchetti e così via; per esse la disciplina attuale non prevede la cacciabilità, né interventi organici di eradicazione. Si alternano approcci tolleranti come quello di “lasciar fare alla natura” finché non si stabilisce un nuovo equilibrio (in realtà un modo molto comodo per giustificare l’inazione) ad approcci “etici”come la sterilizzazione che, per motivi di costi elevati e di difficoltà di attuazione, portano solo ad aggravare il problema.

In realtà con le specie invasive l’etica c’entra ben poco: la natura non è etica, l’etica è un’invenzione umana per poter vivere in modo più armonioso fra individui della nostra specie, ma non si applica con le stesse categorie ai rapporti con le specie altre. Se è vero che è necessario evitare sofferenze inutili agli animali, è altrettanto vero che la sterilizzazione di massa o la cattura e il successivo rilascio negli ambienti di origine sono strade per lo più non praticabili ai fini dell’eradicazione delle specie alloctone invasive.

Da ciò discende che, all’interno dei piani di eradicazione, la distruzione dei nidi e l’abbattimento sistematico sono vie da contemplare senza troppe riserve, anche se la cosa può risultare disturbante per alcuni. In fondo, invece di aspettare che un predatore li elimini al posto nostro, ci prendiamo la responsabilità di rimediare ad un danno che abbiamo causato, con la consapevolezza che più i tempi si allungano, e più animali sarà necessario abbattere.

Luca Lazzaro

2026-06-02