Vicinanza fra abitazioni ed aree agricole: coesistenza possibile con l’ascolto reciproco
Vivere vicino ai terreni agricoli spesso genera tensioni tra residenti e agricoltori. Trattori, prodotti chimici e odori fanno parte dell’agricoltura, ma chi si trasferisce in campagna spesso non li conosce o non li accetta. A differenza di altri settori, l’agricoltura non può essere spostata: la terra va coltivata dove si trova e, una volta occupata in edifici, è persa per sempre. I conflitti nascono soprattutto nelle aree dove l’urbanizzazione incontrollata ha spinto le abitazioni dentro le zone agricole. Gli agricoltori ritengono ingiusto dover modificare pratiche consolidate solo perché arrivano nuovi vicini. L’inquinamento agricolo è diverso da quello di fabbriche o strade: avviene solo in determinati giorni, anche se spesso la percezione ne amplifica i rischi. Una convivenza efficace richiede il rispetto delle regole, la riduzione della deriva tramite siepi o barriere e l’evitare prodotti molto volatili vicino alle abitazioni. Le soluzioni semplici non bastano: a problemi complessi servono risposte complesse ed equilibrate.
Quello della coesistenza fra attività produttive e abitazioni è un problema comune a tutti i settori; abitare vicino ad una fabbrica, una carrozzeria, un locale pubblico comporta sempre qualche problema: che si tratti di odori, rumori, polveri o emissioni inquinanti, ciascuna attività comporta sempre un certo livello di disturbo.
L’agricoltura non fa eccezione: il passaggio dei trattori per le lavorazioni (in orari imprevedibili), l’uso di sostanze chimiche, la formazione di povere o il rilascio di odori sono tutte cose che infastidiscono le persone che vivono vicino ai campi.
Se per le aziende agricole tutto questo è considerato un male necessario, così non è per chi, pur abitando in aree agricole, non ha a che fare con l’agricoltura e non ne conosce le peculiarità. Perciò non mancano occasioni di conflitto e risentimento.
Occorre fare dei distinguo rispetto agli altri settori economici: se la maggior parte delle attività produttive e commerciali possono essere spostate e svolte altrove, non altrettanto si può fare con la terra coltivabile: va coltivata dove si trova.
Ulteriore peculiarità dei terreni agricoli è la loro suscettività ad essere trasformati in altro, in modo per lo più irreversibile: da strade, abitazioni, capannoni non si torna più indietro a terreno agricolo: una volta edificato il terreno è irrimediabilmente perduto (a meno di investimenti ingentissimi) e perciò si parla di “consumo di suolo”.
Questo ha due conseguenze: la prima è che è sempre l’edificato (la città) a sconfinare in campagna, e mai viceversa; la seconda è che chi si trova sul confine dove edificato e coltivato si compenetrano, arrivando spesso da contesti urbani, non ha coscienza di cosa ciò comporti, né ha alcuna intenzione di adattarvisi. E la cosa è ancora più evidente nei contesti come quello Veneto, dove l’edificazione diffusa e poco controllata ha prodotto un territorio caotico e portatore di molteplici istanze difficili da contemperare.
Gli agricoltori faticano ad accettare il che la presenza di abitazioni nelle vicinanze debba modificare le agrotecniche collaudate, quando non addirittura il proprio indirizzo produttivo ma, d’altra parte, chi c’era prima in quel posto, la campagna o le case? Se si va a vivere vicino ad un allevamento (o ad un campo coltivato, un pascolo...) si deve sapere a cosa si va incontro. Nessuno si sognerebbe di imporre ad una carrozzeria di diventare un panificio, oppure di usare o non usare determinate sostanze perché nel frattempo sono sorte in prossimità abitazioni o luoghi di ritrovo. A meno di cospicui incentivi e/o risarcimenti.
In materia di inquinamento, vi è poi un’altra differenza sostanziale: mentre una strada o una fabbrica sono fonti di inquinamento continuo per la gran parte dell’anno, per le attività agricole il problema si pone in un numero limitato di giorni. Infatti, per il grosso dei terreni coltivati il numero di ore di lavoro per ettaro per anno è limitato (da qualche ora a qualche decina di ore per ettaro), e solo per colture ad alto valore aggiunto (vite, frutteti, orticole, vivai…) il fabbisogno di lavoro aumenta in modo considerevole. È pur vero che, considerando la polverizzazione della maglia poderale, se in una determinata zona un agricoltore esegue un trattamento di lunedì, un altro di martedì e così via, potenzialmente ogni giorno vi è una certa quantità di rischio di contaminazione.
Vi è però un ulteriore elemento da considerare: quello della percezione. In primo luogo la campagna viene vista come “natura”, e come tale perfetta ed autoregolantesi, mentre la realtà dei fatti è ben diversa: in mancanza di input e manutenzione continua, i terreni vanno incontro ad inselvatichimento e, oltre a non produrre più, vanno incontro a dissesto idrogeologico. In secondo luogo, si tende spesso a sovrastimare la pericolosità degli inquinanti di origine agricola, e a sottostimare la pericolosità degli altri: è più frequente che si lamenti chi vive in prossimità di un vigneto o un frutteto piuttosto che chi abita nei pressi di una strada di grande traffico; oppure si pretende che i Comuni facciano i trattamenti contro le zanzare (o si trattano direttamente i propri giardini fin sulla porta di casa) utilizzando piretrodi tossici e persistenti, ma poi si esige che gli agricoltori si tengano a decine di metri di distanza anche con sostanze molto meno pericolose.
Quando si devono trovare soluzioni di coesistenza, la percezione e gli scontri tra tifoserie raramente sono buoni consiglieri.
Come vanno i fitofarmaci (ma anche l’ammoniaca, gli odori, e le sostanze in generale) dai campi alle persone? Il mezzo attraverso cui più facilmente le varie sostanze possono arrivare alle persone è l’aria, e le sostanze vi si trovano dentro per deriva o per vaporizzazione.
La deriva è quella parte di goccioline di trattamento che non colpisce la coltura bersaglio ma fluttua nell’aria e viene trasportata tanto più lontano quanto più le goccioline sono leggere, mentre la vaporizzazione riguarda quelle molecole che, non trattenute dalle colture o dal terreno, evaporano come gas e possono raggiungere anche distanze molto ragguardevoli. La deriva è più significativa a breve tempo e distanza dal campo (nell’ordine dei metri o poche decine di metri e secondi o poche decine di secondi dal trattamento) mentre la vaporizzazione può continuare per ore o giorni e dare problemi anche a centinaia di metri, o chilometri. Le quantità in gioco sono però in generale molto minori.
Che fare?
Alla base, in ogni caso, serve il rispetto delle regole in materia di utilizzo dei fitofarmaci e delle eventuali prescrizioni aggiuntive riportate in etichetta dei prodotti: non ci sono misure che possano ovviare ad un uso scorretto.
Per deriva e vaporizzazione, trattandosi di due fenomeni profondamente diversi, non esiste una soluzione unica. Per quanto riguarda la deriva, numerosi studi hanno rilevato l’importante effetto di contenimento delle siepi campestri di media fittezza e di altezza proporzionata alla coltura. In presenza di siepi il problema della deriva è fortemente ridimensionato; in assenza di siepi adeguate, invece, per abbattere la deriva sarebbe sufficiente piantarne (all’estero si valuta anche l’uso di barriere artificiali come reti fitte in materiali plastici o naturali). Dopodiché: a chi spetta la piantumazione e la manutenzione di tali siepi? Al conduttore del campo, o a chi vicino quel campo ha successivamente edificato o comunque cambiato destinazione d’uso al terreno? O ancora se ne deve fare carico la collettività, predisponendo fasce boscate intorno alle nuove zone residenziali?
Dipende infatti da come si considera quel tipo di inquinamento: simile a quello di una carrozzeria, per cui il responsabile della mitigazione è il conduttore, simile a quello di una strada, per cui della mitigazione si occupa chi decide di costruirci una casa vicino, o simile a quello di una città, per cui se ne fa carico la collettività?
Per quanto riguarda invece l’abbattimento della vaporizzazione, è molto più efficace in vicinanza di edificato evitare l’uso di prodotti che contengano sostanze molto volatili (caratterizzate da bassi KOA, coefficienti di ripartizione ottanolo-aria), che estendere inutilmente i divieti a tutti i prodotti o le matrici: le sostanze che non vaporizzano non danno problemi in questo senso.
A problemi complessi, soluzioni articolate (e mai completamente soddisfacenti per tutti).
Fornire invece soluzioni semplici a problemi complessi, oltre a non risolvere i problemi presenti, non fa che crearne di nuovi e maggiori.